Al di là del principio di una conoscenza reale, virtuale o culturale che sia, il piacere introduttivo precede un nome identificativo o a volte solo rappresentativo, che il più delle volte svanisce subito dopo aver affermato la propria presenza con la stretta di mano: scusi, come ha detto che si chiama?

Secondo il labirintico parere di fior fiori di scienziatelli musicali, che studian cornamuse anali, c’è di fondo, al perineo albino, un problema di vertiginosa memoria in esaurimento nervoso, da ricoverare, da formattare o ampliare con un estendibile prestito d’attenzione in entrata, per investire su di sé: attentato suicida!

Ci sono però persone immuni alle proprie amnesie, alle proprie attenzioni, appartenenti ad una specie difficilmente classificabile in categorie darwiniane, i quali interessi di vita portano ad una saturazione del mercato dei prestiti e debiti, crediti, mutui nascosti, permessi reo-confessi, sotto corruttibili silenzi: l’economia del farsi i cazzi degli altri, senza alcun senso escatologico.

“Sentirsi”, mentre si parla o mentre si pensa, potrebbe essere un buon inizio per fare luce su molte cose rimaste all’oscuro nella propria mente, purché si rifletta, al proprio specchio, una visione di se stessi chiara e non opaca: il tempio dell’obnubilo «io-credo» è crollato e se non si sa cosa si sta sacrificando c’è il rischio di concepire una cazzata con un forte complesso di Edipo.

E’ una sfida empatica, un gioco d’immedesimazione, su cui un certo Stanisvlaskij ha impiegato parte del suo tempo con speculare e ossequiosa attenzione. Non era un vezzo artistico il suo, bensì un’invenzione capace di mostrare agli attori, con un sorprendente metodo, come sciogliere il proprio sangue e renderlo facilmente modellabile per qualsiasi corpo/esperienza di vita da interpretare.

Una capacità intuitiva, deduttiva, di politica inventiva che invertiva il senso unico del passivismo creativo di chi si limitava a essere solo semplice spettatore, per chi s’indugiava nei musei o nei teatri per sentirsi parte integrante dell’Arte: Sacra «Manna dal cielo», illuminali e saziali fino a portarli ad una lenta indigestione, di Ricotta.

Lo spettacolo reale dei musei consiste nel ricordare ai viventi/morti che le opere d’arte hanno un potere redentore, salvifico, soprattutto se si rende il mondo del web partecipe all’utilizzo, nel «proprio» consumo di essere il prodotto riprodotto nell’epoca della sua riproducibilità estetica per via tecnica. I buoni sentimenti o i grandi ideali sono tele stracciate da spazialismi in formato benedizione, da parroci scomunicati, credenti di misericordiosa comunicazione, dalle cui bocche si staglia la solita omelia su un mondo terreno arido e stagnante di fertile e reale “condivisione” umana.

Sai quante persone si prendono il rito con tutto il carro, portato in spalle da onorevoli infedeli, omaggiati da donne spente d’immaginazione e accese di credenze vuote e scricchiolanti, bambini nati sotto una criptica superstizione culturale, destinati ai balli rionali o agli spacci domenicali, e uomini armati che pretendono di essere amati, per il bene di un onore che si santifica con morte e corruzione: fermi tutti, si sta sciogliendo il sangue del santo, tanto è tutto un recito e per di più lecito.

Non c’è bisogno di musei, bensì di accoglienza indistinta di tutto quello che ancora non si è sentito e non si è veduto: fare dimestichezza con l’estraneità che ancora non ci appartiene, recitare tutte le parti possibili e rischiare la vita per non raschiare la sua eventuale morte, cementificata nei barili.

Il caro e santo menarca ectopico è l’augurio più sentito e sincero che Sono apparso alla Madonna possa farvi: una sottospecie di emorragia cerebrale, una capacità che, come l’empatia, non è di natura perniciosa, anzi, può aiutare ad aumentare l’estensione del proprio immaginifico: architetto di nuove aree mai viste, sviste, senza filtri, confini e limiti geografici e culturali: questo menarca segnerà l’inizio di un nuovo corso di vita; darà la possibilità di concepire nuove idee – senza precauzione – , di abbracciare la gioia di non essere unici e irripetibili, e capire che si è Tutti e Nessuno nel preciso istante in cui lo si pensa. Solo quando si riuscirà a percepire, a prendere visione della possibilità di uscire fuori il proprio guscio epidermico, culturale, geografico, interpretando, recitando, immedesimandosi nell’ esperienze degli altri, senza alcun motivo speculare e spettegolante, forse si riuscirà a capire perché è così facile dimenticare il nome degli altri, stringendo le mani per un piacere che vada al di là del principio, per una concretizzazione con giudizio, al di sopra del proprio Dio di rappresentanza, del proprio orizzonte d’attesa.

Non c’è tempo per attendere; oh! Aspettatore, su cosa rifletti? Qual è il tuo vero nome?

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