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Il Santo Menarca Ectopico

Al di là del principio di una conoscenza reale, virtuale o culturale che sia, il piacere introduttivo precede un nome identificativo o a volte solo rappresentativo, che il più delle volte svanisce subito dopo aver affermato la propria presenza con la stretta di mano: scusi, come ha detto che si chiama?

Secondo il labirintico parere di fior fiori di scienziatelli musicali, che studian cornamuse anali, c’è di fondo, al perineo albino, un problema di vertiginosa memoria in esaurimento nervoso, da ricoverare, da formattare o ampliare con un estendibile prestito d’attenzione in entrata, per investire su di sé: attentato suicida!

Ci sono però persone immuni alle proprie amnesie, alle proprie attenzioni, appartenenti ad una specie difficilmente classificabile in categorie darwiniane, i quali interessi di vita portano ad una saturazione del mercato dei prestiti e debiti, crediti, mutui nascosti, permessi reo-confessi, sotto corruttibili silenzi: l’economia del farsi i cazzi degli altri, senza alcun senso escatologico.

“Sentirsi”, mentre si parla o mentre si pensa, potrebbe essere un buon inizio per fare luce su molte cose rimaste all’oscuro nella propria mente, purché si rifletta, al proprio specchio, una visione di se stessi chiara e non opaca: il tempio dell’obnubilo «io-credo» è crollato e se non si sa cosa si sta sacrificando c’è il rischio di concepire una cazzata con un forte complesso di Edipo.

E’ una sfida empatica, un gioco d’immedesimazione, su cui un certo Stanisvlaskij ha impiegato parte del suo tempo con speculare e ossequiosa attenzione. Non era un vezzo artistico il suo, bensì un’invenzione capace di mostrare agli attori, con un sorprendente metodo, come sciogliere il proprio sangue e renderlo facilmente modellabile per qualsiasi corpo/esperienza di vita da interpretare.

Una capacità intuitiva, deduttiva, di politica inventiva che invertiva il senso unico del passivismo creativo di chi si limitava a essere solo semplice spettatore, per chi s’indugiava nei musei o nei teatri per sentirsi parte integrante dell’Arte: Sacra «Manna dal cielo», illuminali e saziali fino a portarli ad una lenta indigestione, di Ricotta.

Lo spettacolo reale dei musei consiste nel ricordare ai viventi/morti che le opere d’arte hanno un potere redentore, salvifico, soprattutto se si rende il mondo del web partecipe all’utilizzo, nel «proprio» consumo di essere il prodotto riprodotto nell’epoca della sua riproducibilità estetica per via tecnica. I buoni sentimenti o i grandi ideali sono tele stracciate da spazialismi in formato benedizione, da parroci scomunicati, credenti di misericordiosa comunicazione, dalle cui bocche si staglia la solita omelia su un mondo terreno arido e stagnante di fertile e reale “condivisione” umana.

Sai quante persone si prendono il rito con tutto il carro, portato in spalle da onorevoli infedeli, omaggiati da donne spente d’immaginazione e accese di credenze vuote e scricchiolanti, bambini nati sotto una criptica superstizione culturale, destinati ai balli rionali o agli spacci domenicali, e uomini armati che pretendono di essere amati, per il bene di un onore che si santifica con morte e corruzione: fermi tutti, si sta sciogliendo il sangue del santo, tanto è tutto un recito e per di più lecito.

Non c’è bisogno di musei, bensì di accoglienza indistinta di tutto quello che ancora non si è sentito e non si è veduto: fare dimestichezza con l’estraneità che ancora non ci appartiene, recitare tutte le parti possibili e rischiare la vita per non raschiare la sua eventuale morte, cementificata nei barili.

Il caro e santo menarca ectopico è l’augurio più sentito e sincero che Sono apparso alla Madonna possa farvi: una sottospecie di emorragia cerebrale, una capacità che, come l’empatia, non è di natura perniciosa, anzi, può aiutare ad aumentare l’estensione del proprio immaginifico: architetto di nuove aree mai viste, sviste, senza filtri, confini e limiti geografici e culturali: questo menarca segnerà l’inizio di un nuovo corso di vita; darà la possibilità di concepire nuove idee – senza precauzione – , di abbracciare la gioia di non essere unici e irripetibili, e capire che si è Tutti e Nessuno nel preciso istante in cui lo si pensa. Solo quando si riuscirà a percepire, a prendere visione della possibilità di uscire fuori il proprio guscio epidermico, culturale, geografico, interpretando, recitando, immedesimandosi nell’ esperienze degli altri, senza alcun motivo speculare e spettegolante, forse si riuscirà a capire perché è così facile dimenticare il nome degli altri, stringendo le mani per un piacere che vada al di là del principio, per una concretizzazione con giudizio, al di sopra del proprio Dio di rappresentanza, del proprio orizzonte d’attesa.

Non c’è tempo per attendere; oh! Aspettatore, su cosa rifletti? Qual è il tuo vero nome?

Un’ora d’ansia

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Ci stiamo lavorando da molti giorni dispari, e finalmente possiamo dirvi che il nostro libro è pronto. Un romanzo di poche pagine, alcune in bianco, da colorare o da riempire con i vostri pensieri, incentrate sulla possibile scoperta introspettiva di un’ “esistenza comoda”, contro le posizioni belliche che questo mondo ci costringe ad assumere:

* Alla ricerca di me steso – sul fronte sinistro. Un libro da acquistare subito, a meno che voi non abbiate un’alternativa d’urto: il prodotto che vi cambierà la vita, e che vi solleverà dal peso di essere semplici fruitori. Ah!, la vita stringe ai fianchi quando ci sale l’ansia di prestazione, per poi tramutarsi in “ansia d’infestazione” se si ha la sensazione che la parte superiore del corpo si stacchi da quella inferiore in una levitazione d’organi frantumati: sintomo di una schizofrenia della Non-Azione, come disse l’amico Lacan, che si divertiva un mondo scrivendo parole che finissero in –zione, come “fin-zione”, in successioni quasi infinite, tipo quella soprascritta. Il decostruzionismo d’ansia è secondo un’altra definizione un’identità ontologica di cui ci sentiamo posseduti e non proprietari, come disse il caro amico Derrida, ansioso di nascita e morte che un giorno prese tanto di quell’ossigeno, forse troppo, e accompagnandosi con uno strumento a fiato disse, tra uno stridio musicale e l’altro:” siamo ontologicamente ansiosi!”. Il frastuono che ne uscì fuori destò l’attenzione e l’udito di molti, arrivando a quasi 3 metri di diffusione. In pochi però ebbero la prontezza di recepire il suo messaggio tra le note prese di fretta, per di più con l’aggiunta ansia personale prima che musicale di non essere capito; un errore di non poca gravità ansiogena, forse per questo il senso delle sue parole intonate in levare non fu riconosciuto come messaggio di senso comune. Noi ci spingiamo oltre l’ansia, non vi preoccupate, che per Derrida era un vizio da custodire con gelosia, come quelli che tentiamo invece noi di mistificare. Il punto in questione è: quanti di voi soffrono d’ansia? Sì, certo, messa così, senza presentarci nemmeno, e senza una precisa collocazione spazio-temporale, non vi sentite affatto presi in considerazione: allora, girate la ruota della sfortuna, e sperate che esca il montepremio che più vi aggrada nello scartavetrante sfogo giornaliero, diventato parte collante di un autostima che è andata a frantumarsi con gli organi in un carnevalesco crash test: Boom! Siamo la generazione A, e basta aver fatto attenzione fino ad ADESSO per capire che stiamo parlando della prima lettera dell’alfabeto, la prima e l’ultima della parola ANSIA, la prima dell’esclamazione esistenziale AH!; e siamo proprio noi a ricominciare il giro che ci hanno lasciato i nostri genitori. Più che lasciarci un nuovo giro da cominciare ci siamo accorti di essere stati presi in giro, in un bel girotondo di falsi idoli stanchi di tenersi irti sulle proprie stampelle, ma li ringraziamo anche per questo. E’ un continuo ringraziamento a chi ancora fa le nostre veci e chi una volta, per sbaglio, in una notte di sbronza assurda, ci fece. Questa chiara sensazione di essere portatori sani d’ansia ha un po’ contribuito ad un mondo che lentamente ci lascia isolati dietro un computer; un po’ come sto facendo io, però mi fermo qui ché rischio di dire ulteriori cazzate, soprattutto se si parla di dipendenza dai nuovi media. Per quanto possa essere poco capace di una precisa descrizione antropologica, credo che siamo disgraziatamente finiti in una bella prigione di ansia, costruita con le nostri mani. Non più muratori di case o sogni (sicuro c’è qualcuno che l’ha pensato: redimiti) bensì di celle adatte alle nostre nuove e ridotte speranze, (io direi: amputate).

Piano: respira piano; tutto quello che può essere interpretato come una cattivo riferimento o citazione a filosofi, scrittori, pazzi scienziati e psichiatri fannulloni, si attenga al programma di evacuazione: sì, si nomina, si cita in giudizio molte teste pensanti e fumanti che hanno detto qualcosa, nonostante gli altri aspettassero qualcosa o qualcuno di nuovo che arrivasse: terzo riferimento nascosto. Come vi sentite, stanchi, rilassati, pigri, assonnati? Tra poco ricomincia il tempo dello studio e del sudato lavoro, verrà abolito l’otium cum dignitate, l’ansia comincerà a bussarvi alla porta, e voi che farete in quel preciso momento, mica vi lascerete trovare impreparati? Basta prendersi quell’ora d’ansia che vi spetta, da buoni carcerati, così allenterete la pena da ergastolano che vi dondola sul collo, come il pendolo di Arturo, o Giacomo, non ricordo bene l’orologiaio di turno, Pardòn. Una metafora che vi ricorda quanto tempo rimane prima che il groppone di paura, di rischio di un fallimento personale, o di una semplice ma spettacolare figura di merda possa arrivare. Sarà per colpa di proiezioni di aspettative che si dimostrano errate? Ogni giorno siamo testimoni di gare clandestine d’ansia, dove il vincitore non perde occasione di sventolare il suo personale vessillo, quasi fosse un onore essere il più sfortunato. La filosofia della cagione pratica e pura: “sono terribilmente fatto male, nessuno mai mi capirà, ma nonostante tutto vi lancerò le mie maledette litanie di ansia.” Per tali motivi stiamo per mettere su un’organizzazione contro tutti coloro che mietono la tranquillità dei poveri cristi, costretti alla crocifissione da persone incapaci di uscire dalla cinepresa esibizionistica: l’ansia miete ogni anno migliaia di persone. Se siete d’accordo con noi, saremo più che contenti di rendervi in servizio un applicazione per i vostri smart-phone capace di segnalare amici, parenti, conoscenti e non, colleghi universitari affetti da questa patologia endemica. E’ stata anche pensata, per pochi minuti di discussione, l’idea di legittimare ronde di quartieri e di sedi universitarie purché si faccia una prevenzione mediatica del rischio “contaminazione”; però, poi, ci siamo resi conto che non ci possiamo nemmeno fidare del nostro vicino di casa, perché è un totale idiota. Date il vostro contributo a questa fondazione: http://www.hairottoilcazzo.org.ia con un vostro semplice click aiuteremo molte persone, incoscienti del pericolo che infesta ogni angolo del nostro amato pianeta. Noi intanto ci godiamo lo spettacolo stesi; se volete raggiungerci nell’orizzontalità della vita che non stringe più né sul fronte sinistro e né su quello destro, dichiareremo una guerra-lampo all’ansia insieme. Con calma, ci vuole Karma!

L’importanza di avere le tette


“Datemi un push-up con dei decolleté tacco15 e conquisterò il mondo.
Nel caso in cui non ci riuscissi, otterrei comunque migliaia di arrapatoni cronici e di bimbemichia sprovviste di personalità che sosterrebbero le minchiate che ho scritto/detto nel frattempo.” Cit me stessa.

No, perchè al giorno d’oggi è meglio specificare la provenienza di certe citazioni, non sia mai a qualcuno venisse in mente di querelarvi!
La rete però, e non c’è bisogno di ricordarvelo, è un minestrone di copia/incolla, una macelleria a cielo aperto di tette, culi e di “passere insipide” in cui solo dei personaggi con un pesante bagaglio di insicurezze latenti, carenza di autostima, egocentrismo e presunzione potrebbero venire ad incolparvi di aver “rubato” le loro preziosissime “perle di saggezza”.
E’ come se Woody Allen si materializzasse all’improvviso mentre siete al bar a rimorchiare una tipa, sfoggiando aforismi presi in prestito dalla sua ricca cinematografia, minacciando di trascinarvi in tribunale se non lo citate come fonte.
E’ come se gli eredi di Jim Morrison o di Bukowski vi contattassero per chiedere le royalties sugli aggiornamenti dello stato di facebook o di twitter, come se Palahniuk si offendesse perchè il tatuatore di turno non ha messo le virgolette al capolavoro che ha appena stampato sulla chiappa sinistra dell’ennesima cliente fanatica.
Per non parlare di Gesù, le cui citazioni sono costantemente storpiate da Radio Maria e simili.

Non che Selvaggia Succhiarelli sia Bukowski, Woody Allen o Gesù, figuriamoci!
Però bisogna ammettere che è necessario possedere una cultura non indifferente per sparare a zero su chiunque e per scrivere frasi ciniche e sconce da 140 caratteri! (Alert, sarcasm!)
Che internet ormai sia un puttanaio intellettuale e culturale è noto, ma che certi personaggi ne facciano una fonte di guadagno atteggiandosi a nuove Fallaci e cercando di racimolare anche quei piccoli granelli di notorietà, ribadendola persino al lattaio giù alla strada, è indubbiamente molto squallido.
Personaggi che sfoggiano tutta la loro mancanza di personalità cercando di arrabbattare popolarità in paginette facebook del cazzo come la nostra, fatta di gente che nella vita (pare strano ma è così) fa tutt’altro e che non ha bisogno di essere accettata o gratificata per qualche volgarità gratuita.
Personaggi che, per tutto questo sbattimento, al massimo vengono premiati con una paginetta su Libero, insignificante frutto dei finanziamenti pubblici all’editoria, nella quale i vari leccapiedi del padrone trattano di politica e gossip allo stesso modo.

NB: per farsi valere ha dovuto chiedere gentilmente ai suoi “fans” di ricoprirci di “insulti garbati”. Beh, dato che NOI siamo pur sempre dei “signori” non chiediamo proprio nulla ai nostri -pochi ma- meritati lettori e, dato che del politically correct ce ne sbattiamo altamente, la invitiamo ad andare aff*****o, cara signora Succhiarelli.
Però garbatamente, eh!

Cinquanta sfumature di grigio, di nero, di rosso e di stocazzo!

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E’ stato definito il bestseller dell’anno. Maddechè?!?!

-Musica di Art Attack e tono da Giovanni Mucciaccia-
Prendete Federico Moccia, fatelo accoppiare selvaggiamente con Stephenie Meyer (quella di Twilight, per intenderci). Fatto? Ora prendete la vostra colla vinilica e le forbici, con la punta arrotondata, mi raccomando. Fatto? Bene, ora tagliate il pisello a Fabio Volo ed incollatelo al tutto.
Ecco bambini, abbiamo ottenuto il nuovo libro-panettone per le adolescenti.
Anche se questa volta, probabilmente, appenderanno manette e frustini su Ponte Milvio.

La trama è semplice:
Lei, Anastasia, alta, magra, capelli castani, occhioni azzurri, 21 anni, vergine. Non ha mai visto un pene nemmeno per sbaglio. Convive con Kate, bonazza epica ed aspirante giornalista che scrive gli SMS con la K, la X e tutte quelle robine lì.
Lui è alto, bellissimo e dannato, multimiliardario (of course), crede di non avere un cuore ed ha l’anima tormentata perchè è convinto di essere un mostro.
-Ho il vago sentore di averla già letta/vista da qualche parte questa storia. Mah!-
Si veste spesso di grigio, la sua cravatta preferita è grigia, i suoi occhi, manco a dirlo, sono di colore grigio e… ah, sì! Si chiama Christian Grey.
Una fantasia dirompente, insomma.
Ha un pisello da fare invidia a Rocco Siffredi e un’erezione che dura per tutta la trilogia con tanto di periodo refrattario praticamente inesistente.

[Attenzione SPOILER] Quando lei perde la verginità, lui riesce a farla venire due volte (come no! Ci riescono tutte la prima volta, no?). Da rincoglionita quale era si scopre una porca assurda, ovviamente! Rimane incinta nell’ultimo libro.
-Eppure io da qualche parte l’ho già sentita sta storia. Mumble Mumble-
Mentre loro sono impegnati a trombare in tutti i luoghi, in tutti i laghi e in tutto il mondo c’è, ovviamente, il povero cattivo di turno che vuole farli secchi.
Ma chissà perchè poi alla fine và tutto al meglio. L’amica analfabeta di lei si sposa col fratello tamarro di lui e vissero tutti per sempre felici e perversi, anche se il massimo che lui riesce a farle è penetrarla analmente con il dito mignolo la prima volta e col pollice la seconda(della serie che anche i Teletubbies sono più erotici). Ah, già! Riesce anche a darle tipo sei colpi di cintura, di fronte ai quali lei scappa via piangendo e urlandogli di essere un sadico depravato. Com’era la storia delle donne che hanno una soglia del dolore molto più alta di quella degli uomini? Mah!

Se siete in cerca di qualcosa di serio vi consiglio vivamente di fare un giro su tubegalore.com dopo aver terminato l’ultimo libro io ne ho avuto bisogno, se non altro per ritornare in me stessa.

LETTERA APERTA DI UNA FACEBOOKKIANA INCAZZATA

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Caro Mark Zucchiaberg,
fai cagare.

Forse scritta così è un po’ troppo riassuntiva ed essenziale.
Approfondiamo.
Wikipedia recita: Un Social network consiste in “un qualsiasi gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, che vanno dalla conoscenza casuale, ai rapporti di lavoro, ai vincoli familiari.”
L’art 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali sancisce che: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.”

Ora, data questa altisonante premessa, ciò che si legge nel centro assistenza del più famoso social network di tutti i tempi appare alquanto stonato: “La politica di Facebook prevede che venga messa fine ai comportamenti che potrebbero essere considerati fastidiosi od offensivi dagli altri utenti”

Siamo d’accordo con l’applicazione di questa regola per chi dà indicazioni su come uccidere Berlusconi.
D’accordissimo sull’applicazione di tale regola su chi inneggia a Salvatore Riina.
Più che d’accordissimo nell’applicarla su chi si complimenta con Hitler e crea gruppi per sostenere la sua politica.

Ma mi chiedo cosa cazzo possa centrarci tale norma con chi pubblica foto d’autore in cui sono ritratti nudi appunto, d’autore.
Siamo di fronte alla più grande dichiarazione pubblica d’ipocrisia. Il web è la più ricca raccolta di porcate esistente al mondo.
E tu, carissimo Mark Zucchiaberg, mi blocchi il profilo per 3 giorni per aver pubblicato questa foto QUI ! Ma bloccarmi il profilo non è bastato, no! Non pago della sua ipocrisia, ha deciso di aggiungerci anche una buona dose di sadismo: mi ha ridato, sì la possibilità di accedere al mio account, ma con alcune piccole ed insignificanti restrizioni: posso leggere (finalmente!) le mail, ma non posso rispondere. Posso vedere le notifiche, ma non posso commentare o scrivere nuovi post. Unica funzione che posso ancora utilizzare: il fottutissimo Mi piace che, utilizzando io il mio account per gestire la pagina facebook di questo blog, non mi serve ad un emerito cazzo.

Prossimamente su questi schermi una foto di me con le tette al vento stile Femen, che protesto sotto il villone del signor Zucchiaberg.
E che nessuno cambi canale.

Chi trova uno Scopamico, trova uno Scopatesoro

Praticamente questo pezzo si scrive da solo.
No? Devo scriverlo per forza? Dai cazzo, pretendete davvero che mi metta ad elencarvi i pro e i contro di avere un trombamico? Un attimo, cosa sto dicendo! Il trombamico non ha controindicazioni, non c’è bisogno di leggere le avvertenze, nè di consultare il medico, non si deve necessariamente assumere dopo i pasti e non causa sonnolenza, a meno che non ci avete dato dentro di brutto, in quel caso è sconsigliato mettersi alla guida, causa possibili colpi di sonno.

Il trombamico, lo dice la parola stessa, è uno pseudoamico che potrete trombare allegramente ogni volta che ne avrete voglia. È consigliabile che il soggetto in questione sia stato conosciuto da poco e non che sia un vostro amico d’infanzia, in quel caso c’è il serio rischio di mandare tutto a puttane nell’inevitabile momento in cui uno dei due deciderà di troncare/fidanzarsi seriamente con qualcun altro/passare all’altra sponda/prendere i voti in un convento di Carmelitani scalzi.
Per i meno fortunati di voi che non hanno mai avuto la possibilità di provare quest’esperienza mistica, ecco una lista delle gioie e dei piaceri che potrebbe procurarvi l’acquisto di uno di questi soggetti fortunatamente non a rischio di estinzione.

Tutto sommato si tratta di una troia gratuita dalla quale non correte il rischio di beccarvi AIDS, candida, herpes e simili quindi non deve necessariamente trattarsi di una bellezza ultraterrena, l’importante è che vi attiri in qualche modo e che riesca a scatenare le vostre fantasie piú porche e depravate. Lo scopamico sarà ben lieto di compiacervi chiedendo in cambio non denaro, non affetto né conforto ma semplicemente di essere compiaciuto a sua volta.

Lo scopamico non vi stressa con scenate di gelosia, non vi importuna con telefonate logorroiche e non pretende che voi guardiate con lui la partita della squadra del cuore/il gioco dei pacchi/annozero/porta a porta.
È l’ideale di uomo che ogni donna arrapata sogna di avere e rimane tale fino a quando non si verificherà l’inevitabile innamoramento di uno dei due. Ma fino a quel momento potrete godere del miglior sesso della vostra vita: disinteressato e soprattutto non necessariamente seguito da coccole e frasi sdolcinate senza senso.
Lo scopamico è praticamente un vibratore col pilota automatico e non ha bisogno di essere messo sotto carica la sera prima, e scusate se è poco!
È il rimedio ideale per il mal d’amore, un ottimo anti-stress e un eccellente passatempo.
Ogni donna o uomo dovrebbe averne avuto almeno uno nella sua vita.
E se tutto ció non vi ha ancora spinto ad alzare il culo dalla sedia per andare a cercarne uno allora siete delle amebe affette da frigidità cronica!

Mele, morte e sentimentalismi surrogati

E’ morto un tale di nome Steve Jobs. Se volete sapere chi è, andate su Wikipedia (Epic Fail) oppure scaricatevi (perchè qui nessuno è fesso) i “Pirati della Silicon Valley”, un filmettino romanzato all’ennesima potenza che descrive l’ascesa dei due golden boy (l’altro è Darh Vader aka Bill Gates) della BIT generation americana. O, ancora, se appartenete a quella schiera di persone che posseggono ancora il dono della lettura, ci sono varie biografie autorizzate e NON che (forse) possono aprirvi la mente sul tizio in questione, disegnato come Dio in terra. Anche se al 50% era uno stronzo totale.

Detto questo, la rabbia che mi spinge a scrivere questo pezzo è l’ondata di commemorazione che ha invaso il genere umano in queste ore. Tutti a fare la gara a ringraziare l’uomo del momento, il “Leonardo da Vinci del XXI secolo” e cazzate così. Per non parlare di gente che imbracciando il proprio iDevice come fosse un crocifisso, piangeva come se gli avessero tolto un rene.

No, io non sono sbalordito e nemmeno condanno la situazione che si è venuta a creare. E’ da stupidi pensare che nella società odierna la tecnologia non rappresenti una religione laica e che quindi realtà come Apple rappresentino un culto. Nella società capitalistica questo accade e continuerà ad accadere, bisogna solo accettarlo.

Ciò per cui scrivo questo pezzo e che mi devasta abilmente i coglioni, è la capacità con le quali le persone ormai vivono i propri sentimenti in maniera surrogata: siamo diventati capaci di intristirci per la morte di uomini che non abbiamo mai conosciuto (a volte nemmeno di striscio), ma per i quali i mass media hanno ricreato un effetto tale da provare emozioni forti. E così siamo diventati capaci di interessarci ai problemi di Blair Waldorf, piuttosto che chiederci come stanno le persone che vivono a 1 metro e mezzo da noi. Ci interessa più la morte di un calciatore, piuttosto che del postino che ogni giorno ci recapita le lettere.

E quindi, la velocità e la mediocrità con la quale l’informazione viaggia, spesso ci appanna gli occhi nei confronti di personaggi di cui non sappiamo nulla, ma per i quali “bisogna” prestare attenzione per dettami Sociali. E dico a te, bimbominkiafanboy: solo perchè hai comprato l’aifon4 questo non significa che è morto tuo padre. Piuttosto vai di là da lui, e ringrazialo per avertelo comprato, grazie alle sue 10 ore di lavoro quotidiane.